DON BOSCO E MARIA DOMENICA MAZZARELLO SANTI SOCIALI

Il linguaggio moderno, influenzato dalle nuove tecnologie e da un modello di vita inteso in senso estremamente pratico, induce  a considerare ogni cosa come appartenente ad una determinata categoria.  
Lo stesso vale anche quando si parla di un folto gruppo di Santi Sociali vissuti in Piemonte nel 1800, realizzatori di opere che non si sono esaurite  in quel secolo: Giuseppe Cafasso, Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giovanni Bosco, Giuseppe Allamano, Maria Domenica Mazzarello, Luigi Orione,  Francesco Faà di Bruno, sono i nomi più noti, ma ce ne sono altri.
La definizione di Santi Sociali, può essere troppo semplicistica se si riconducono ad un semplice aggettivo figure che sono state ritenute degne degli altari e se non si comprende che le opere che ciascuno di loro ha realizzato, oltre a rispondere a specifiche esigenze locali sono diventate un modello socio-politico-economico esportato anche all’estero. 
Ciò che li caratterizza è che tutti questi religiosi hanno lasciato una traccia concreta della loro presenza nelle cose quotidiane riempiendo spazi lasciati vuoti dalla politica.
Rapportato all’oggi sarebbe come dire che, date le grandi migrazioni nell’area mediterranea, a fronte di culture e politiche incapaci di progettare un modello di convivenza civile realistico, i servizi svolti dalla caritas, dalle associazioni di volontariato, e dalle singole parrocchie, non solo rispondono a contingenti esigenze di ogni giorno, ma  rappresentano un esempio di convivenza civile adottabile  dalla politica fino a diventare il modello di società civile futuro. 
Ma costoro erano Santi che sono stati anche sociali o erano sociali che sono diventati Santi? L’essere sociale ha sottratto spazio alla santità? E l’impegno sociale fino a quando è stato accettato e quando invece è diventato scomodo al mondo della politica?
Quante volte l’impegno della Chiesa nel sociale è apprezzato a condizione però che non oltrepassi mai la soglia “dell’ingerenza” nel campo della politica. I problemi del livello d’ingerenza possono nascere dal non corretto significato attribuito al termine “sociale”. Comunemente per sociale si intende fare del bene ai poveri affamati nelle nazioni del sud del mondo, offrire assistenza spicciola a categorie di disadattati nei paesi emancipati, offrire un euro all’extracomunitario, donare una coperta che non si usa più ad un barbone, dedicare qualche ore al volontariato, in sintesi donare qualcosa del superfluo.  
Il termine “Sociale” però è qualcosa in più e significa: portato a vivere in società  con altri individui della stessa specie (il contrario di solitario), per cui  ogni individuo di per se stesso è sociale senza necessariamente essere o diventare santo.
Ogni soggetto, nasce con un istinto di socialità e  ne sviluppa  un crescente bisogno  tanto che tende ad abbandonare  lo stato di natura e fondare un modello di convivenza attraverso un patto con gli altri esseri.
Naturalmente il tipo di patto può essere basato su principi diversi e la storia ne è ricca di esempi ma per la cultura occidentale il patto è basato sulla giustizia intesa come condizione di parità di diritti  e di equità economica tra tutti gli individui. 
Per i cristiani però c’è qualcosa che viene prima della giustizia: è la misericordia. Con la giustizia si garantiscono i diritti e si regolamentano i doveri ma  con la misericordia l’uomo è un essere che va accettato gratuitamente per quello che è quindi oltre la giustizia civile e giuridica. 
Ecco che, per via della misericordia, il termine Sociale da “vivere in società” viene santificato trasformandosi  in un “modo di vivere in società”. Proprio per le loro opere concrete i Santi Sociali hanno testimoniato che la misericordia  non è un sentimento compassionevole ma  un comportamento attivo.
Anche dove non ne emerge la richiesta, questa socialità va offerta, non per motivi politici  ma per carità cristiana, ecco allora il collegamento tra Santi e Sociali. In questo modo la promozione del sociale da parte dei cristiani non è mai un’alternativa concorrenziale con altre forme di promozione, né una pretesa di esclusiva.
I Santi Sociali hanno interpretato proprio questo modello impegnandosi per un sociale, apparentemente spicciolo, in favore di categorie di persone che vivevano in condizioni distanti rispetto ai principi di parità di diritti e di equità economica in funzione di costruire una comunità di bravi cristiani ed onesti cittadini.
Per  Giovanni Bosco togliere i giovani dalla strada, insegnare loro un mestiere, inventare l’apprendistato al lavoro e per Maria Domenica Mazzarello, promuovere l’autonomia economica per le ragazze del proprio paese attraverso il lavoro autonomo e l’istruzione, offrire assistenza alle bisognose, organizzare momenti di ricreazione e di festa per le giovani donne non sono state scelte politiche ma scelte religiose. Queste offerte di socialità non erano il frutto di strategie di potere bensì un’offerta di misericordia evangelica.   
Se si capisce che è  riduttivo pensare  al termine sociale come “bisognoso”allora 
è facile comprendere che essere Santi Sociali significa promuovere e fare il possibile per garantire la convivenza di tutti senza il vincolo di confini geografici e culturali rispondendo al comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”.
                                  Marco Giuseppe Pestarino
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